Reale Gruppo Storico "Gioacchino  Murat " 

 5° Rgt.  "Real Calabria" - III Battaglione "Pizzo, Cotrone, Gerace"  - Danze e Balli storici dell'800


 

 

 

 

 

 

 

ATTI DEL CONVEGNO DEL 13 OTTOBRE 2004 PRESSO IL CASTELLO MURAT DI PIZZO

RELAZIONE DELLA DOTTORESSA VINCENZINA CASTIGLIONE MORELLI

ARCHEOLOGA

Murat e la politica dei Beni culturali nel Regno di Napoli

    Ringrazio gli organizzatori del Convegno per l’invito alla manifestazione e per avermi dato la possibilità di parlare di un aspetto importante,diverso da quello più noto “eroico”, della figura di Murat, anzi di “Gioacchino re di Napoli” come titola la voce della Treccani a lui dedicata, a firma del meridionalista Cortese. Concordemente con altri studiosi, il Cortese considera il periodo francese, con i due anni di regno di Giuseppe Bonaparte (1806 – 1808) e quelli del Murat (1808 – 1815) tra i più felici della storia del Regno, “l’età (cito da Cortese) in cui il Regno di Napoli abbandonò i suoi ordinamenti medioevali  e li sostituì  con altri che si adattavano alle mutate condizioni d’Europa.”. Più autorevolmente Benedetto Croce, nella sua Storia del Regno di Napoli, analizzando quel particolare momento storico, afferma (cito): “si visse allora uno di quei periodi felici in cui ciò che sembra aspro di difficoltà si fa piano ed agevole, l’impossibile o lontanissimo diventa possibile e presente, cose che pare non possano ottenersi… si compiono con l’assenso di tutti, al cenno di uno solo” (fine citazione), con l’assenso cioè di quei napoletani illuminati che, messe da parte le idee repubblicane, per il bene della patria oltre che di se stessi, si mettono nelle mani di un sovrano che, a parte il carisma che gli derivava dai suoi ben noti leggendari trascorsi eroici, garantiva l’appoggio del più grande stato assoluto dell’epoca, l’impero napoleonico, e l’eredità illuministica della Rivoluzione francese. Ma, fa notare ancora  il Croce,   tutto ciò “con una sorta di temperanza come non accade nei momenti di rivoluzioni o reazioni, ma con quella temperanza che è segno di maturità e durevolezza delle cose che vengono in atto”. Al Croce  della “Storia del  Regno di Napoli”  rimando chi voglia  leggervi  un  bellissimo ritratto che dedica al Murat  in  pagine che  tanto possono far  capire di quanto effettivamente accadde il 13 ottobre 1815. Le riforme che vennero allora attuate a Napoli erano, è vero, simili a quelle già attuate  in altre parti d’Europa ma qui rompevano con il “vecchiume e l’anarchia paesana” di cui il regno borbonico si era fatto “centro e sostegno”, per dire con espressioni ancora di Croce. Naturalmente non sta a me scendere nel merito delle varie riforme murattiane, né ne avrei la competenza: a cominciare dal nuovo ordinamento della proprietà con l’abolizione del tutto dei privilegi feudali, e la liberazione delle terre; soppressione poi dei conventi e messa in vendita dei beni ecclesiastici; riorganizzazione del potere centrale tramite i ministeri e la separazione del patrimonio regio da quello dello stato; creazione di un nuovo catasto; introduzione,  importantissima,  del codice napoleonico e riorganizzazione dei tribunali; creazione di scuole di ogni ordine e grado. 

   Quale archeologa pompeianista, in questa sede mi preme brevemente accennare ai meriti del Murat  nei confronti  dell’archeologia, soprattutto pompeiana (dove grande influenza ebbe comunque  la personalità e la passione della Regina Carolina) ma anche di quelli che con termine moderno  sono chiamati Beni Culturali.

   Innanzi tutto al Murat si devono importanti innovazioni urbanistiche, oltre che arricchimenti  artistici  della Capitale: così il maggior risalto dato alla Reggia di Capodimonte con l’apertura dell’importante arteria stradale ancora oggi pienamente efficiente, da Capodimonte al Museo Archeologico, allora Museo Reale, se anche questo significò tagliare parzialmente la collina  della Sanità e creare un grandioso viadotto nella valle omonima; nell’ambito dei lavori d’ampliamento del Museo Archeologico,  dove solo allora vennero poste in mostra per la prima volta le collezioni reali, la scoperta di un sepolcreto di IV sec a.c. dietro l’edificio, con ricchi corredi; per lo stesso museo l’acquisizione della testa Carafa, famosissima testa di cavallo in bronzo donata da Lorenzo il Magnifico a Diomede Carafa e conservata a Palazzo Carafa, poi dimora  di Nicola Santangelo, grande collezionista di arte,  che fu ministro degli Interni dell’epoca di Murat e poi sotto la restaurazione, di seguito,  per 31 anni;  l’acquisto, poi portato a compimento dai Borbone, dell’importante collezione Borgia di antichità; la formazione delle collezioni private di Carolina, il csd. Museo Palatino, in parte acquisite nel 1816 per il Museo, in parte portate via dalla Regina e poi vendute a Ludwig di Baviera. In materia sempre di  urbanistica il tracciato della Via Posillipo prima inesistente e ancora oggi bellissima  arteria. A Caserta, nella Reggia, c’e laSala di Alessandro con il trono di Murat: ivi e nell’appartamento storico fu attiva la scuola di scultori neoclassici che ebbero a maestro il Canova, molto ben visto a corte e dalla Regina insieme a svariati altri artisti.                                                                                                                       . Occorre fare ora una considerazione: i sovrani del decennio francese e Murat soprattutto ebbero, tra gli altri meriti, di circondarsi di personaggi molto validi della borghesia e nobiltà napoletana, già in auge all’epoca dei Borbone, riconoscendone evidentemente le eccellenti qualità amministrative; da parte loro tali personaggi per il bene della patria oltre che il proprio, aderirono di buon grado agli ideali e programmi murattiani, cercando di attuarli migliorandoli con le loro idee. A questo proposito, circolò poi questa battuta di Ferdinando di Borbone: al suo ritorno a chi si vantava di non aver mai fatto niente per i francesi, avrebbe risposto  che  era naturale,  erano troppo deficienti (una

 Parola per la verità più volgare) e nessuno li aveva voluti. Tra i personaggi che rifulsero alla corte di Murat furono Giuseppe Zurlo Direttore delle Finanze e Segreteria di Stato  nella I Restaurazione e poi Ministro degli Interni sotto Murat e il Marchese del Gallo, Ambasciatore dei Borbone e poi Ministro degli Esteri murattiano.Per l’archeologia fu importantissimo Michele Arditi,

 dal 1807 al 1838 Direttore del Real Museo e Soprintendente agli scavi del Regno.

   Venendo alla generale situazione degli scavi,fino all’avvento dei francesi non c’era nessuna legislazione che li regolamentasse: una moltitudine di scavi privati, specie nelle province più periferiche, con un solo museo istituendo nella Capitale,   aveva fatto sì che reperti importantissimi

andassero dispersi tra collezioni private e venduti poi in gran parte all’estero dove arricchiscono ancora collezioni museali europee. Giuseppe Bonaparte  bloccò gli scavi fino a che non fosse emanato un decreto, che poi firmò, e che si attuò con Murat,  con il divieto assoluto di estragnazione dei reperti e libera circolazione  invece nel Regno; necessità anche per i proprietari di chiedere la licenza di scavo prima di qualsiasi lavoro di sterro ( il che detto tra parentesi implicava il controllo del potere centrale tramite propri funzionari periferici, cosa che sarà alla base dell’ordinamento moderno di tutela, attuato però solo molto dopo l’Unità).                                            .Per Pompei e gli scavi vesuviani la situazione fin dall’inizio fu molto diversa, perché considerati  dai Borbone un appannaggio personale da scavare , in modo che i risultati conseguiti, per allora sbalorditivi e capaci di influenzare perfino la moda e l’arredamento,  divenissero uno strumento di propaganda politica.

   Si scavava per trovare oggetti ma soprattutto pitture e statue  per il Museo,  prima di Portici e poi Real Museo di Napoli;  pochi i viaggiatori ammessi a visitarlo, molti i Regnanti in visita ufficiale, con scavo approntato prima per far scoprire oggetti, magari da donare agli illustri ospiti; divieto per gli studiosi di disegnare, prendere appunti sul posto  e soprattutto pubblicare. Nonostante l’importanza riconosciuta agli scavi vesuviani, le cifre degli addetti come  forza lavoro, parlano chiaro: all’indomani della caduta della Repubblica Partenopea e del ritorno dei Borbone, solo 28 unità-lavoro a Pompei; I56 previsti nel progetto approvato di massima da Giuseppe Bonaparte, che prevedeva, secondo il piano Arditi,( piano preciso, con previsione di spesa, del numero di operai da adibire e  della loro qualifica) il ricongiungimento  dei vari fronti di scavo e lo sgombero dei terreni di risulta. Poi, dopo la partenza  del Bonaparte, Murat e soprattutto Carolina si appassionarono , fin dalle prime visite, agli scavi vesuviani.

Molto proficuo il rapporto della Regina con l’Arditi, del quale venne accolto pienamente il piano per gli scavi, molto razionale, degno dell’illuminismo settecentesco di cui Arditi, come altri politici e amministrativi dell’epoca, furono portatori. Il punto saliente del piano era l’esproprio delle terre da scavare, in modo che divenissero proprietà dello Stato,  tramite permuta ai proprietari dei suoli con altri in zona immediatamente vicina invece che in denaro ricavati dagli espropri dei beni ecclesiastici: questo ha fatto sì che il sito di Pompei abbia potuto essere sempre salvaguardato da scavi clandestini (anche se non purtroppo sempre da furti di reperti).

   Punto di partenza per l’ esproprio fu la definizione dell’estensione urbana, ottenuta tramite la liberazione della cinta muraria dalle terre di risulta e quindi la messa in luce delle porte urbiche e di seguito delle strade che a tali porte conducevano: come conseguenza, se ne potè ricavare una esauriente visione urbanistica, per la prima volta, di una città antica, di cui fu espressione la splendida opera di un architetto protetto dalla regina con  pensioni ed emolumenti, Francois Mazois, intitolata “Les Ruines de Pompéii” i cui primi due tomi vennero pubblicata nel 1813, dedicati appunto alla Regina di Napoli .

   Negli scavi vennero impiegati, nel periodo murattiano, come sappiamo dal Fiorelli, fino a 649 operai, più un numero molto alto (1500, secondo il Mazois) di soldati del Genio Civile, proprio per lo sgombero delle terre e la liberazione delle mura, opera di sterro non necessitante di particolari attitudini. All’interno della città invece erano impiegati operai scelti per il vero e proprio scavo, donne e bambini con “cofane” (tipo di ceste) per lo svuotamento degli ambienti dissotterrati. Per tale enorme numero di operai, mai più presente sugli scavi di P., occorrevano cospicue somme di denaro, tanto che la regina stanziò personalmente allo scopo 2000 ducati al mese.

Si scavò allora ancora nella zona dell’Anfiteatro e dall’altra parte intorno la zona di Porta

 Ercolano, e dentro e soprattutto  fuori di essa,  con le ville suburbane e le necropoli: Carolina era profondamente affascinata infatti dal ritrovamento delle vittime con ori e gioielli. C’è da dire che, di fianco al rigore razionalistico con cui ella pretendeva che gli scavi procedessero il più celermente possibile per liberare tutta la città e parlava di nomi da dare alle vie,  numeri civici da apporre alle case,  inventario da fare, (si era calcolato che  3 o 4 anni a quel ritmo avrebbero potuto  completare il piano) c’era in lei il gusto delle visite private,  magari con ospiti illustri agli scavi (il sogno era di uno scavo recintato da scavare solo in sua presenza), scavi di apparato che,  con tutta la messa in scena e  preparazione che richiedevano, causavano il conseguente rallentamento dei ritmi; ma erano gli stessi dirigenti e l’Arditi ad assecondare la sua passione per ottenere fondi e permessi.

   Alla caduta di Murat seguì un periodo oscuro per gli scavi:   negli ultimi anni di Ferdinando I furono all’opera appena 15 – 18 operai e addirittura, per naturali difficoltà economiche della Corte,  vennero rivenduti una parte dei terreni espropriati. Tradito così lo spirito della riforma murattiana, restarono però alla dirigenza gli stessi uomini del periodo francese.

                                                           

 

                            Vincenzina Castiglione Morelli

 

      Nota bibliografica

 

Nel corso della relazione sono stati citati alcuni brani, tratti rispettivamente da:

N.CORTESE, voce Gioacchino, Murat re di Napoli in Treccani, vol.XVII,1951

B.CROCE, “Storia del Regno di Napoli”, Bari Laterza 1931, 2.a, parte IV,IV, La fine del Regno di Napoli, pp. 232 - 40 e cap.V pp.241-243(“ritratto” di Murat pp. 239-40)

Sono stati inoltre tenuti presenti i seguenti articoli:

F.ZEVI et al. Architetti, antiquari e viaggiatori stranieri, in “Pompei e gli architetti francesi”, catal.mostra, Napoli 1981, pp.24- 37

F.ZEVI, La storia degli scavi e della documentazione, in “ I tempi della documentazione”, cat.mostra, Roma 1981, pp.11- 21

A.MILANESE, Il piano Arditi sui musei provinciali: centro e periferia della tutela in Magna Grecia, in “I Greci in occidente. La Magna Grecia nelle collezioni del Museo Archeologico di Napoli”,Napoli 1996, pp. 275- 280

S.DE CARO; Carolina Murat, Michele Arditi e Pompei in “Il Vesuvio e le città vesuviane 1730- 1860,” atti convegno in onore di G.Vallet, Napoli 28- 30 marzo 1996, Napoli 1998

S.ADAMO MUSCETTOLA, Problemi di tutela a Pompei nell’ottocento: il fallimento del progetto di esproprio murattiano, in “Pompei Scienza e società. 250 .o anniversario degli scavi di Pompei, atti convegno Napoli  1998, Milano Electa 2001, pp. 29- 49

 


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