187° ANNIVERSARIO DELLA

 

MORTE DI

 

RE GIOACCHINO MURAT

 

Pizzo 13 ottobre 2002 ore

 

18,15

 

Duomo di San Giorgio

 

***

 

A cura del

Dottore Giuseppe Pagnotta

Presidente dell’Associazione Murat Onlus di Pizzo

Piazza Generale Malta n. 4

89812 Pizzo (VV)

Telefono 0963532218

Email qgwpa@tin.it

Sito web: www.murat.it

 

 


 

SOMMARIO

Invito p.   5-6
Articolo del 12 Ottobre 2002 del Quotidiani di Vibo Valentia p. 7-12
Intervento del Magistrato della Repubblica Italiana Dottore  Pietro D’Amico p. 13 -21
Articolo Gazzetta del Sud del 15 Ottobre 2002 p. 23-25
Articolo del Quotidiano del 17 Ottobre 2002 p. 26-28
Telegramma del Direttore Generale della Provincia di Vibo Valentia Dottore Mazzitelli Domenico p. 29
Lettera del Senatore Murmura p. 30
 Delibera Giunta Municipale del Comune di Pizzo per la Costituzione del Museo Provinciale Murattiano p. 31-35

 

 

 

                             


 

 


 

 

 

Il Quotidiano – Sabato 12 Ottobre 2002

Pizzo- Domani pomeriggio all’omonimo castello cerimonia di commemorazione della morte

LA CITTA’ RICORDA IL RE GIOACCHINO MURAT

La sua tomba sotto la navata centrale del Duomo di San Giorgio

PIZZO - In memoria ed in ricordo della triste vicenda che accompagnò gli ultimi giorni d’esistenza di Re Gioacchino Murat, l’associazione Onlus a lui intitolata e di cui è presidente Pino Pagnotta, domani, con inizio alle ore 17.30, svolgerà un’apposita manifestazione al Castello con posa di una corona, cui seguirà la commemorazione nel Duomo di San Giorgio, dove riposano i suoi poveri resti in una fossa comune e che non sono stati mai ritrovati, nonostante siano varie ed accurate ricerche.

Dopo nove giorni di difficile navigazione, Gioacchino Murat, la domenica mattina dell’otto ottobre 1815 alle ore 11 e 30 minuti, alla testa di soli 29 compagni d’avven­tura sbarca sulla spiaggia della Marina di Pizzo, nei pressi del cosiddetto “Monacèju” (Monacello). Il primo a toccare terra è Murat. Il gruppetto incomincia a salire verso il centro di Pizzo per la ripida gradinata di quella che oggi e Via Vittorio Ema­nuele III, che porta dalla “Marina” all’attuale Piazza della Repubblica, affollata di gente perché è giorno di mercato ed alla vista di Murat e dei suoi tutti rimangono meravigliati, anche perché si sentono invitati a gridare: “Viva il re Murat”. La Piazza si svuota, mentre Murat si ricorda che a Monteleone (oggi Vibo Valentia) ha degli amici fedeli che lo potrebbero aiutare. stanco, amareggiato e avvilito, Gioacchino, percorrendo la ripida salita dell’attuale “Via dei Morti”, raggiunge una località chiamata ‘Parrera” (Petraia), che sovrasta la “Marina”, dove si ferma. Qui viene raggiunto dal capitano  Gregorio ‘Trentacapilli, convinto borbonico e arrivista senza scrupoli, che, per somma sventura di Gioacchino, si trova per coincidenza ospite in casa del barone Melacrinis, suo parente, proveniente dalla Sicilia ed in trasferimento per Cosenza, dove doveva recarsi per prendere il comando di quel­la gendarmeria, e s’incomincia a sparare, mentre Murat ordina ai suoi di non usare le armi e si fa avanti da solo per parlamentare col capitano borbonico. Trentacapilli non vuole sentire ragioni, anzi, incomincia ad ingiuriarlo ed offenderlo pesantemente e gli ordina di seguirlo a Pizzo, in nome di Ferdinando I. Il generale Cesare Franceschetti si scaglia sul capitano Trentacapilli e gli punta la pistola alla gola, mentre i soldati borbonici riprendono a sparare e resta colpito a morte il capitano Pietro Pernice, e molti altri vengono feriti, tra cui i capitani Felice Lanfranchi e Giambattista Viggiani, il segretario particolare Carlo Galvani, il cameriere Armand, il soldato Giannini, nonché lo stesso generale Franceschetti. Gioacchino fugge per la Marina con la speranza di raggiungere le scialuppe e, quindi, la tartana del Barbarà, ma con sua somma sorpresa si accorge che le scialuppe non ci sono, mentre la tartana ormai sta prendendo il largo.

Insabbiato nella spiaggia della Marina” c’è un gozzo e Gioacchino tenta di spingerlo in mare, ma non ci riesce. Una donna si avvicina e, dopo averlo insultato e sputato, lo graffia in volto, accusandolo della morte dei suoi tre figli caduti durante le campagne napoleoniche.

Murat sta per essere linciato dalla folla, che lo lascia seminudo, pieno d’ecchimosi e di sputi, con la camicia e i pantaloni ridotti a brandelli e senza giacca, ma ecco che in suo aiuto intervengono un pescatore padrone di barca, Pasquale Greco, e il gentiluomo spagnolo Conte Intendente Francesco Alcalà (governatore dei beni dei Duca dell’Infandato di Madrid), i quali riescono a pacificare la folla inferocita, Il Trentacapilli, dopo averlo condotto al castello, si appropria con violenza dei 22 brillanti della coccarda e di tutti gli altri gioielli del re. L’Intendente Alcalà, tramite telegrafo ottico, avvisa della cattura di Murat il generale Vito Nunziante, comandante militare della Calabria Ulteriore, che invia al castello di Pizzo il capitano Stratti con una compagnia di 500 soldati.

Questi dispone l’immediato trasferimento in una cella più decente (cella del Coccodrillo), da dove può vedere il traditore Barbarà che ancora veleggia nel mare circostante. Durante la notte arriva anche il generale Vito Nunziante, proveniente da Reggio, il quale si dimostra molto umano e comprensivo.

L’interrogatorio inizia alle prime ore della mattina del 9 ottobre 1815, ma Gioacchino si rifiuta di rispondere alle varie domande. Ferdinando I di Borbone riunisce i suoi ministri in un “Consiglio di Guerra” la mattina del 10 ottobre 1815, alla presenza degli ambasciatori d’Austria e d’Inghilterra, quindi spedisce al Nunziante un dispositivo con l’ordine di riunire immediatamente una “Commissione Militare” per giudicare il generale Murat quale pubblico nemico, quindi, dopo un quarto d’ora dalla sentenza, di procedere all’esecuzione da parte di soldati napoletani e siciliani. Il generale Nunziante incarica il capitano Stratti a formare il tribunale militare, che lo condanna a morte all’unanimità mediante fucilazione.

Con gli occhi velati di pianto chiede dei fogli di carta per scrivere alla moglie e ai suoi diletti figli. Entra nella cella del “Coccodrillo” il rev. Tommaso Masdea (1748 - 1830), arciprete della chiesa di San Giorgio Martire, che ha il compito di impartire l’assoluzione al re Gioacchino Murat prima della sua fucilazione, da eseguirsi entro un quarto d’ora dalla sentenza. Il Re chiede ed ottiene di comandare lui stesso il plotone d’esecuzione, composto di 12 soldati schierati su due file. Dopo aver rifiutato la benda agli occhi, si scopre il petto e ordina: “Salvate il viso, mirate al cuore. Fuoco!”.

Murat viene colpito soltanto da sei colpi su dodici che sono i soldati. Sono le ore 21 di venerdi 13 ottobre 1815. Durante la notte dello stesso giorno i poveri resti di Gioacchino Murat Napoleone, sfortunato re di Napoli e di Sicilia, vengono tumulati nel terza fossa della navata centrale del Duomo di San Giorgio Martire, a Pizzo. Le sue ossa là tuttora giacciono, nonostante vari tentativi operati per portarle alla luce per una più degna sepoltura.

 


Intervento del dott. Pietro D’Amico

 

Ai tempi di Murat il mondo europeo di allora non era un mondo libero, era invece un’epoca in cui le genti giacevano oppresse da sistemi di asservimento feudali, comandati dalle dinastie monarchiche, le nobiltà, unitamente al potentissimo clericalismo.

L’umanesimo rinascimentale non era riuscito a travolgere il cesaropapismo medievale.

Il successivo movimento di cultura dell’illuminismo portò poi alle estreme conseguenze sovversive e rivoluzionarie.

La sovversione illuministica e razionalistica era condotta dalle forze liberali, protestanti e anticlericali, dalla borghesia che tendeva verso la conquista degli spazi imprenditoriali e commerciali, contro l’immobilismo economico del latifondismo proprietario.

L’economia feudale aveva portato le genti nella più sciagurata servitù, ormai plurisecolare, tutto volgeva nella spettrale povertà.

La speranza risiedeva nei nuovi sistemi economici del commercio e dell’impresa libera, di cui la borghesia mostrava di essere il migliore interprete.

Borghesia, liberalismo, imprenditorialità, protestantesimo, tutti questi fattori procedevano congiuntamente in età illuministica di fine settecento.

Unitamente a tutto questo avanzava anche la sovversione occulta delle società segrete, la massoneria borghese in particolare, sul modello inglese.

Borghesia, massoneria, anticlericalismo, costituirono insieme il portato rivoluzionario illuministico.

La rivoluzione francese rappresentò  l’esito apicale e  conclusivo delle idee sovversive. Nobiltà e clero subirono uno scuotimento impetuoso e terribile in tutta l’Europa. Avanzava l’idea   delle nazioni  libere,   costituzionali   e   repubblicane. La Francia  fu al centro di questo  terremoto  politico  e  ideologico.

Napoleone Bonaparte raccolse i frutti della rivoluzione, ponendosi al comando di quella nazione culturalmente la più avanzata nella tensione liberale.

Gioacchino Murat fu il più grande generale  dell’esercito napoleonico, il più valoroso, geniale ed eroico.

Egli incarnava il guerriero senza paura, temerario e deciso nella battaglia. 

Napoleone non avrebbe mai conquistato tutta l’Europa senza il genio militare di Gioacchino Murat.

***

Gioacchino Murat era nato nel sud della Francia, nella  Guascogna, una regione attigua alla zona pirenaica, a quella basca e spagnola.

Erano territori che tradizionalmente rappresentavano il rifugio,  la ribellione dei poveri e dei contadini, in essi si erano concentrati nel corso dei secoli i popoli emarginati, gli zingari, i berberi, gli ebrei marrani, le genti espulse dai fanatismi religiosi ed ecclesiastici.

Gioacchino fu un giovane ribelle di animo per natura.

Era amante della libertà, sfuggiva ad ogni sistema di inquadramento, si rivoltava contro chiunque avesse voluto imporgli ordini e asservirlo.

Era amante della fuga, la ricerca, l’ignoto, i veloci cavalli erano i suoi migliori amici.

Fu generale della cavalleria napoleonica, in tutte le battaglie la sua azione generosa e temeraria risultò sempre decisiva per la vittoria: in Italia, ad Alessandria d’Egitto e presso le Piramidi, in Austria, Prussia, Polonia, Spagna, ovunque in Europa.

Sposò Carolina, sorella di Napoleone, dalla quale ebbe quattro figli.

Fu re di Napoli, ove dimostrò di essere anche un grande statista di animo liberale.

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Dopo l’infelice campagna di Russia, con il declino di Napoleone, iniziò anche la caduta di Gioacchino Murat.

Furono tempi molto difficili ed anche oscuri, di scarsa chiarezza storica per la nostra consapevolezza di oggi. I ricercatori e gli studiosi hanno sempre avuto la sensazione, a volte la certezza, che la storiografia ufficiale avesse travisato e occultato tutto il periodo napoleonico.

In particolare per Gioacchino Murat, la rappresentazione che ci giunge raffigura un personaggio di secondo piano, mentre può ben dirsi invece che la sua statura è sicuramente elevatissima, di primissimo piano, certamente eguagliabile a quella dello stesso Napoleone.

Qualche storico più illuminato degli altri dice addirittura superiore, additando Napoleone come il principale equivoco storico portato dall’ambiguità tra la tensione liberal-repubblicana e la conservazione monarchica.

Murat, seppure vittima di tale equivoco, spinse decisamente nella direzione liberale, contro la volontà di Napoleone: lo denota soprattutto il suo modo di regnare a Napoli, da uomo con animo segnato da profondi sentimenti popolari e democratici.

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Era storicamente inevitabile che Gioacchino Murat perdesse definitivamente insieme a Napoleone, l’Europa non era ancora matura per la realizzazione dei nazionalismi statalistici, poi portati a compimento dai movimenti risorgimentali e romantici della borghesia massonica, nel corso di tutto l’ottocento.

Il suo esercito fu travolto a Tolentino dagli austriaci nel maggio del 1815.

Fuggì da Napoli, promettendo ai suoi sudditi di ritornare. Riparò in Francia e poi fuggì in Corsica.

Non si diede mai per vinto, mai abbandonò l’idea del liberalismo, gli ultimi mesi della sua vita furono anche il suo tormento per la riconquista del regno napoletano.

In Europa non mancavano le forze liberali, erano però forze in diaspora, un liberalismo sperduto, nascosto, strisciante, momentaneamente sconfitto, e, come in tutte le sconfitte, anche impotente, talvolta traditore e vigliacco per forza di cose.

Le guerre avevano portato le stragi, tutti cercavano poi la pace, la restaurazione aveva a sua volta portato la quiete, ma era la lugubre quiete della vendetta esercitata dai vincitori sui vinti.

Quelli che lo spinsero a partire per la riconquista del regno di Napoli appartenevano a questa risma di uomini: sconfitti, impotenti, vili, traditori, voltafaccia, opportunisti.

Pur sapendo che l’impresa era temeraria e illusoria, Murat volle comunque affrontare il suo destino e sfidare la sorte.

Partì con cinque navi e con circa trecento uomini.

A Pizzo Calabro, ove sbarcò, non trovò gli amici che gli promisero di sostenerlo, trovò invece una popolazione nemica a fianco dell’esercito borbonico: lo catturarono, lo sfregiarono maltrattandolo in tutti i modi, lo processarono sommariamente e velocemente, lo giustiziarono fucilandolo in fretta e furia.

Si trattò di un gravissimo misfatto, uno dei più orrendi e moralmente riprovevoli della storia, di cui si conserva amaro ricordo, un forte rimorso mai sopito nonostante tutti i tentativi che  si sono ripetuti di decennio in decennio tendenti a rimuovere dalla memoria storica il terribile accaduto, anche con basse manovre di banalizzazione, detrattive e diminutive del personaggio, della figura elevata di Gioacchino Murat.

Gli abitanti di Pizzo furono trascinati nella guerriglia, ma quello che è successo a Pizzo poteva benissimo succedere altrove, il destino di Murat era segnato dalla restaurazione.

Tuttavia Murat rimase il primo uomo di azione dei risorgimenti europei, quello italiano in particolare.

Ciò che a lui non riuscì, fu invece permesso successivamente a Giuseppe Garibaldi che portò a compimento l’azione di liberalizzazione e unità nazionale.

Garibaldi riconobbe i meriti di Murat, a Pizzo si inginocchiò sul posto della sua fucilazione, mentre i suoi soldati picconavano e abbattevano la statua di Ferdinando IV, il borbone.

***

Pizzo Calabro rappresentò l’ultima scena della vita di Gioacchino Murat: il mare, la piazza, il castello, videro gli ultimi giorni e le ultime ore di questo grande re liberale.

 

La sua morte fu ordinata dai borboni, gli abitanti di Pizzo sono stati condotti in questo destino sciagurato, per povertà, ignoranza, sottomissione, viltà.

Tutte queste cose bisogna finalmente dirle dopo due secoli dall’accaduto, le responsabilità bisogna riconoscerle e confessarle.

A nulla serve continuare a nascondere la verità della storia, significherebbe al contrario aggiungere le colpe di oggi a quelle di ieri.

Va riconosciuta la grandezza di Gioacchino Murat, va celebrata, va ricordata da tempo a tempo, almeno di anno in anno, va consegnata secondo verità alle nuove generazioni.

Pizzo Calabro in particolare deve sublimare il personaggio e l’accaduto, nei modi migliori possibili, i più netti, i più visibili, senza equivoco alcuno.

La disgiunzione va trasformata in congiunzione, sicchè la separazione nemica possa risolversi in accoppiamento positivo e vantaggioso per la storia di tutti e di ciascuno, specie oggi nel momento in cui il liberalismo appare offrire la sua faccia migliore nel compimento dell’universalismo europeo al di fuori di ogni conflittualità di popoli e di nazioni.

 

13 Ottobre 2002

 

                                                  Pietro D’Amico

                                                  

                            Magistrato della Repubblica Italiana

 

  

 

 


 

 

Gazzetta del Sud   MARTEDÌ 15 OTTOBRE 2002

Pizzo  Cerimonia al castello con  l‘intervento di storici e politici

Commemorata la figura di Murat nel 187  anniversario della morte

Antonio Vacatello

 

PIZZO - Si è svolta domenica la cerimonia commemorativa in onore di re Gioacchino Murat, a 187 an­ni dalla sua fucilazione. La manifestazione è stata organizzata dall’associazione Gioacchino Murat “Onlus”. La manifestazione ha avuto inizio presso il castello Murat, con un intervento d’apertura del presidente dell’associazione, dottor Giuseppe Pagnotta. Questi ha illustrato a grandi linee gli scopi degli associati, i quali vorrebbero poter divulgare la figura del Re, figura che, a quanto pare, non è molto conosciuta nemmeno in città. Dal castello, dove è stata deposta una corona, i festeggiamenti sono proseguiti nel Duomo di San Giorgio martire. Nella chiesa madre sono intervenuti, a tratteggiare la figura di Gioacchino, il dottor Agostino Carraba, il sostituto procuratore della Repubblica della procura generale di Catanzaro, Pietro D’Amico e lo storico locale, professore Franco Cortese. La figura di Murat è tornata prepotentemente alla ribalta con il processo alla città di Pizzo, che si è tenuto nel luglio 2001, imputata di regicidio. In quell'occasione sono convenuti a Pizzo storici e giuristi di valenza nazionale, tra i quali si ricordano: Giuseppe Chiaravalloti (presidente della giunta regionale), Alfredo Laudonio (procuratore della  Repubblica di Vibo Valentia), Pietro D’Amico (sostituto procuratore della Procura generale di Catanzaro), il direttore della Gazzetta del Sud Nino Calarco e tanti altri studiosi di storia, provenienti da diverse università italiane. Studiosi e giuristi hanno scagionato la popolazione di Pizzo dall’accusa infamante di regicidio, emettendo il verdetto di non colpevolezza. Sulla tomba del re, all’interno della chiesa madre della città, Carrabba ha messo in evidenza il profilo internazionale della figura di Gioacchino, mentre lo storico locale, Franco Cortese, ha spaziato in lungo e in largo sul periodo storico “murattiano”. Il sostituto procuratore Pietro D’Amico ha poi ripreso l’idea del complotto, ordito nei confronti del marito di Carolina Bonaparte da forze potenti che gli hanno teso una  trappola a Pizzo. L’intervento del magistrato ha scagionato ancora una volta, dopo il famoso veretto, la popolazione che nella cattura e nella successiva fucilazione ha avuto un ruolo marginale. A conclusione del suo intervento, D’Amico ha invitato a non dimenticare Gioacchino, al contrario ha apprezzato manifestazioni o quant’altro possa mantenerne vivo il ricordo. I festeggiamenti si sono conclusi con una messa, officiata da don Gaccetta, parroco della chiesa di San Giorgio.  

 

 

 


 

  

 

IL QUOTIDIANO VIBO E PROVINCIA

Giovedì 17 ottobre 2002

Pizzo. La cerimonia presso l’omonimo castello, teatro della sua fucilazione il  13 ottobre del 1815

RICORDATO IL RE DI NAPOLI

 

GIOACCHINO MURAT

PIZZO – L’annunciata manifestazione di commemorazione della fucilazione del re di Napoli, Gioacchino Murat  Napoleone, avvenuta  nel maniero napitino il 13 ottobre  del 1815, organizzata  dall’associazione Onlus “Gioacchino Murat”, si è svolta alla  presenza di un folto pubblico. Il presidente  Pino Pagnotta, dopo aver annunciato che la commemorazione avrà cadenza annuale, si  è  ripromesso di far sviluppare e far crescere ulteriormente il sodalizio. Ha pure accennato all’origine dell’associazione che proviene dalle radici dell’altra benemerita associazione presieduta da Franco Cortese, col nome di “Associazione Pro Castello”. La manifestazione ha avuto inizio con la posa di una corona, cui sono  seguiti gli interventi dell’avvocato Domenico Sorace e dello storico locale Franco Cortese. Alle relazioni ufficiali, tenute all’interno del Duomo di S. Giorgio da Pietro D’Amico, Agostino Carrabba e Franco Cortese, è seguita la messa in suffragio dello sfortunato re, i cui resti riposano in una fossa comune e mai ritrovati. Tra gli altri, si è notata la presenza

dell’assessore alla Cultura Ivano Tuselli, dell’ex senatore Murmura, dell’assessore Giamborino, della pittrice Marisa Costa, del comandante Giuseppe Lo Giacco, della redattrice del periodico “Il Gabbiano” Carmesis­si Malferà. Tuselli ha elogiato i meriti dell’associazione “Gioacchino Murat”, quale  benemerito sodalizio per la ricerca storica delle radici di Pizzo, ripromettendosi di fornire il massimo appoggio a tutte quelle associazioni che hanno intenzione di fare vera cultura. L’avvocato Sorace ha posto l’accenno sulla figura di Gioacchino Murat, figura centrale dell’epopea napoleonica e precursore del risorgimento italiano, sia  dal punto di vista letterario col Proclama di Rimini che da quello dell’azione concreta. Interessante l’affermazione di Agostino Carrabba, secondo cui si è cercato in tutti i modi, specialmente in Francia, di nascondere la figura e la grandezza di Murat, che ha definito “forse più grande dello stesso Napoleone”.