Da “IL GABBIANO” Mensile
di Informazione, Cultura e Attualità
ANNO II – n. 9 – 10 –
Settembre- Ottobre 2002
GIOACCHINO MURAT
STORIA
DI UN RE
di
Marisa Costa
(Vice
Presidente dell’Associazione Murat Onlus di Pizzo)
Gioacchino Murat nacque a La Bastide-Fortunière
nel 1767. Figlio di un locandiere, venne avviato al sacerdozio, ma nel 1787 abbandonò
il seminario, arruolandosi nel 12° Reggimento dei Cacciatori a Cavallo, dove
raggiunse il grado di maresciallo d’alloggio. Nel 1789, per una mancanza, fu costretto
a lasciare la carriera delle armi e a tornare al suo paese, dove fece il
commesso in un negozio di salumiere. La Rivoluzione Francese, che
apriva la strada della gloria agli individui più pronti e più abili, gli diede
l’occasione per togliersi da una vita mediocre. Nel 1790, dovendo tutti i
cantoni della Francia mandare a Parigi un deputato per la festa della Federazione,
egli fu designato per il cantone di Montfaucon. Nel 1791 fu scelto a far parte
della Guardia Costituzionale che l’Assemblea legislativa diede al re Luigi
XVI; ma non vi si trovò a suo agio, perché, a differenza dei suoi colleghi,
non era contento delle conquiste raggiunte sino ad allora dalla Rivoluzione.
Si dimise perciò un mese più tardi e ottenne di ritornare al suo vecchio
Reggimento dei Cacciatori a Cavallo, dove fu nominato capitano nell’aprile
del 1793, e nel maggio capo squadrone. Nella difesa della Rivoluzione non
conobbe esitazioni, tanto che, caduto Robespierre, destò sospetti negli uomini
del Direttorio, i quali lo accusarono di terrorismo. Riuscì
a difendersi da questa accusa, ma dovette rinunciare alla speranza di
diventare
comandante
di un reggimento e accontentarsi di ritornare al suo squadrone. Ancora una volta
però la fortuna, abilmente sfruttata da lui, venne a trarlo dalla posizione
che sentiva non rispondere ai suoi meriti. Nel 1794, abbandonato del tutto ogni
robespierrismo, aiutò il Barras e Napoleone a vincere la resistenza delle
sezioni parigine, ottenendo in tal modo l’ambito incarico di aiutante di
campo presso l’armata d’Italia comandata da Napoleone. In
Italia il Murat, nominato generale di brigata nel maggio del 1796, spiegò una straordinaria attività sui campi di
battaglia in Lombardia; a Genova, dove si recò in missione diplomatica; a Livorno, che occupò facilmente, e da ultimo di nuovo sul campo di battaglia
intorno a Mantova. Nel 1797 il Murat si imbarcò per l’Egitto, dove potè
veramente dare una prova delle sue qualità dimostrandosi forse il più
coraggioso e il più ardimentoso fra i generali del Bonaparte, il quale lo
propose per il grado di generale di divisione. La vittoria di Abukir fu
dovuta in gran parte a lui, che con la sua cavalleria mise lo scompiglio nelle
file turche, arrivando fino alla tenda del comandante nemico. Il suo destino
ormai era legato a quello di Napoleone e lo dimostrò la giornata del 18 brumaio
(9-XI-1799). quando, cacciando i deputati dall’Assemblea, salvò la situazione,
compromessa dallo smarrimento del Bonaparte e dall’incapacità del fratello di
questi, Luciano, a dominare il Consiglio dei 500. L’anno seguente sposò la
sorella di Napoleone, Carolina, legandosi così ancor di più al Primo Console.
Sceso di nuovo in Lombardia, per ritoglierla agli AustroRussi che se n’erano
impadroniti durante la spedizione in Egitto, prese parte alla battaglia di
Marengo e, più tardi, nella guerra della IV coalizione, combattè a Eylau e a
Friedland (giugno 1807). Poteva sembrare che il suo destino lo portasse in
Germania, tanto più che nel 1805 gli erano stati assegnati da Napoleone due
piccoli principati, quelli di Berg e di Clèves, con il titolo di Duca. Ma egli
aspirava a posizioni più alte, e le raggiunse quando, avendo le truppe
francesi, in conseguenza della pace di Tilsit, occupato il Portogallo e la
Spagna, il trono di questa fu dato a Giuseppe Bonaparte, mentre il regno di
Napoli, tenuto fino allora dal fratello di Napoleone, passò a lui (1808). Il
suo governo introdusse nel regno di Napoli le «leggi e pratiche reggitrici
della Francia», come dice il Colletta, il quale osserva che gli errori
commessi nel riformare, per scarsa conoscenza delle popolazioni, furono
senz’altro superati dai vantaggi. Le
riforme, che consistettero soprattutto nell’abolizione della feudalità;
nell’introduzione di un nuovo codice, quello napoleonico; nello sviluppo dato
alla pubblica istruzione; nel riordinamento dell’ amministrazione e del
sistema giudiziario ed altre, fanno concordemente ritenere che la sua opera a Napoli lasciò tracce profonde e preparò gli animi al successivo moto per l’indipendenza. Ma le guerre non erano
terminate per il nuovo Re, il quale tentò inutilmente di togliere la Sicilia al
Borbone e, poi, fu mandato dall’Imperatore in Spagna per sedarvi la ribellione
della popolazione (1808). Nel 1812, inoltre, raggiunse a Danzica Napoleone,
che stava per iniziare la sua grande avventura russa, e riprese il comando
della cavalleria: il suo valore, però, non ebbe modo di mostrarsi per la
tattica adottata dal nemico, il quale si ritirava senza combattere. A ogni modo
si ritrovò alla battaglia della Moscova e decise della vittoria, sterile
peraltro di risultati. Ritornò dopo a Napoli, ma ben presto dovette ripartire
per l’ultima campagna contro la VI coalizione, in cui si decisero le sorti di Napoleone.
Prese parte alla battaglia di Dresda, una delle ultime vittorie
dell’Imperatore, e alla sconfitta di Lipsia (Ottobre 1813). Il grande dominio
napoleonico crollava e il Murat,
contando sull’affetto dei suoi sudditi, che aveva motivo di ritenere sincero,
assunse un atteggiamento indipendente dal Bonaparte e, nel tentativo di
conservare il Regno, stipulò prima una tregua, poi un’alleanza con l’Austria e
l’Inghilterra (gennaio 1814). L’accordo era poco sincero, perché il Murat
voleva salvare il suo possesso e gli alleati cercavano di togliere a Napoleone
i generali fedeli, per farlo cadere più presto. Intanto, andava diffondendosi
la voce che il Re di Napoli era pronto a sostenere e a difendere la libertà
dell’Italia. Il momento venne ben presto perché quando Napoleone, fuggito
dall’Isola d’Elba, sbarcò a Golfe Juan (Cannes) ed entrò trionfalmente a Parigi
(20-III-1815), egli, rompendo la recente alleanza, mosse guerra all’Austria. Il
30 Marzo del 1815 lanciò agli Italiani il Proclama di Rimini con cui li
esortava a conquistare, con il loro valore, l’indipendenza. Sconfitto a
Tolentino il 3 maggio, fu costretto a riparare in Corsica, da dove nel
settembre ritentò la conquista del Regno di Napoli. Ma furono
tutte
speranze vane, perché il Murat non trovò alcun aiuto nella popolazione: il suo
piccolo esercito fu facilmente sconfitto ed egli stesso catturato quando,
domenica 8 ottobre 1815, sbarcò alla marina di Pizzo, divenuta per tale
avvenimento — come dice A. Dumas — “una delle stazioni omeriche dell’Iliade
napoleonica”. Gioacchino e il suo piccolo drappello furono così rinchiusi nel
castello, dove, 5 giorni dopo, a seguito di un processo sommario, il Re venne
condannato a morte dalla Commissione Militare disposta per forza di legge dal
Governo Borbonico. Egli affrontò la prigionia ed il giudizio, cui venne tanto
precipitosamente sottoposto, con orgoglio e grande dignità, che conservò fino
all’ultimo, onorando ampiamente la sua fama di uomo coraggioso e di
straordinario valore sui campi di battaglia. Colui che era stato l’eroe di Abukir e della Moscova, affrontò impavido la morte, che gli venne data per
fucilazione nel vaglio del castello, mezz’ora dopo la condanna. Rimane, di
quegli ultimi istanti, la nobilissima lettera da lui scritta alla moglie e il
ricordo della fierezza con cui volle comandare egli stesso il plotone d’esecuzione.
E poiché i fucili dei soldati, intimiditi e commossi, lo avevano la prima
volta risparmiato, dovette ordinare il fuoco per ben due volte, prima di cadere,
fulminato da sette proiettili. Era il 13 ottobre 1815. Il suo corpo, trasportato
nella Chiesa Matrice di S. Giorgio Martire, fu sepolto in una fossa comune al
centro della chiesa, dove una pietra tombale ricorda in perpetuo il nome e la
memoria d’un Re che, come scrisse in un’epigrafe il Conte di Mosbourg, “seppe
vincere, seppe regnare, seppe morire”.
PIZZO CALABRO
“Vi sono città sconosciute ove arrivano all’improvviso
catastrofi cosi inattese, cosi risonanti e così terribili, che il loro nome
diviene di colpo un nome europeo ed esse si elevano nel mezzo del secolo come
uno di quei pilastri piantati dalla mano di Dio per l’eternità: tale è la sorte
di Pizzo”.
A.
Dumas
“Impression de voyage”, 1835
Le capitaine Arena
Mia cara Carolina,
La mia ultima ora è
arrivata; tra pochi istanti io avrò cessato di vivere e tu non avrai più
uno sposo Non dimenticarmi mai! lo muoio
innocente; la mia vita non fu macchiata da alcuna ingiustizia. Addio mio
Achille, addio mia
Letizia, addio mio Luciano, addio mia Luisa. Mostratevi al mondo
degni di me. Io vi lascio senza regno e senza beni, tra numerosi nemici. Siate
sempre uniti; mostratevi superiori alle avversità. Pensate a ciò che siete e a
ciò che siete stati e Dio vi benedirà. Non maledite la mia memoria. Sappiate che
la mia più grande pena, negli ultimi momenti della mia vita, è di morire lontano
dai miei figli. Ricevete la mia paterna benedizione, i miei abbracci e le mie
lacrime. Abbiate sempre presente nella memoria il vostro infelice padre.
Gioacchino Murat
Pizzo, 13 ottobre 1815.