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Infanteria di linea dell'esercito napoletano di re G. Murat 5° Rgt. "Real Calabria" - III Battaglione "Pizzo, Cotrone, Gerace" Gruppi di rievocazione storica
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Vibo provincia Venerdì 22 ottobre 2004
Murat e il suo rapporto con la cultura
PIZZO - In qualità d'archeologa, in occasione del recente convegno promosso dall'associazione Qnlus "Gioacchino Murat", la dottoressa Nella Castiglione Morelli, pizzitana d'origini ma residente ed operante a Napoli da molti, anni, ha voluto parlare di un aspetto importante, diverso da quello "eroico", della figura di Murat, in altre parole del suo atteggiamento nei confronti dei Beni culturali. Siamo riusciti ad ottenerne dalla stessa una sintesi che qui proponiamo per l'originalità, chiarezza dell'esposizione ed importanza che il suo contenuto riveste, riteniamo, all'interno della pur vasta letteratura murattiana e napoleonica in generale. «Diversi studiosi sono d'accordo, oggi, nel considerare il periodo francese, con i regni di Giuseppe Bonaparte (1806-1808) e quello del Murat (1808-1815) tra i più felici della storia del Regno. Benedetto Croce, nella sua Storia del Regno di Napoli, afferma: "Si visse allora uno di quei periodi felici in cui ciò che sembra aspro di difficoltà si fa piano ed agevole. . .cose che pare non possano ottenersi.. .si compiono con l'assenso di tutti... che si mettono nelle mani di un sovrano che garantiva l'appoggio dell'impero napoleonico e l'eredità illuministica della Rivoluzione francese". Ma, dice Croce, tutto ciò "con una sorta di temperanza come non accade nei momenti di rivoluzioni o reazioni….che è segno di maturità e durevolezza delle cose che vengono in atto". Ecco le riforme murattiane: nuovo ordinamento della proprietà, abolizione totale dei privilegi feudali e liberazione delle terre; soppressione dei conventi e messa in vendita dei beni ecclesiastici; riorganizzazione del potere centrale con i ministeri e separazione del patrimonio regio da quello statale; creazione di un nuovo catasto; introduzione del codice napoleonico e riorganizzazione dei tribunali; creazione di scuole d'ogni ordine e grado. Passo ora ai Beni Culturali e specie all'archeologia pompeiana, dove grande influenza ebbe la personalità e la passione della Regina Carolina. Innanzi tutto, alla capitale Murat diede la sua impronta con la creazione di grandi arterie stradali, quale la via che dalla Reggia di Capodimonte portava al Museo Reale, e l'odierna via Posillipo; la creazione della piazza davanti Palazzo Reale, oggi Piazza Plebiscito, chiusa poi dal Borbone con il colonnato della chiesa di S. Francesco di Paola, eretta in ringraziamento per la Restaurazione; durante i lavori d'ampliamento del Museo, dove solo allora furono messe in mostra le collezioni reali, la scoperta di un sepolcreto di IV sec a.c; per il museo l'acquisizione della testa famosa di cavallo in bronzo donata da Lorenzo il Magnifico a Diomede Carafa, prima a Palazzo Carafa, dimora di Nicola Santangelo, che fu Ministro degli Interni dell'epoca di Murat e poi di seguito, per 31 anni; l'acquisto, poi perfezionato dai Borbone, dell'importante collezione Borgia di antichità; la formazione delle collezioni private di Carolina, il cosiddetto Museo Palatino, in parte acquisite nel 1816 per il museo, in parte portate via dalla Regina e poi vendute a Ludwig di Baviera. A Caserta, nella Reggia, vari interventi, tra cui la Sala di Alessandro: ivi e nell'appartamento storico fu attiva la scuola di scultori neoclassici che ebbero a maestro il Canova, molto ben visto a corte e dalla Regina, insieme a svariati altri artisti. Giuseppe Bonaparte e Murat soprattutto ebbero, tra gli altri meriti, quello di circondarsi di personaggi molto validi della borghesia e nobiltà napoletana. Tra i personaggi che rifulsero alla corte di Murat furono Giuseppe Zurlo, Direttore delle Finanze e Segreteria di Stato nella I Restaurazione e poi Ministro degli Interni sotto Murat, e il Marchese del Gallo, Ambasciatore dei Borbone e poi Ministro degli Esteri murattiano. Per l'archeologia, Michele Arditi, dal 1807 al 1838 Direttore del Real Museo e Soprintendente agli scavi del Regno, diede un'impronta nuova e razionale con un piano, approvato dal sovrano, per gli scavi. Infatti, fino all'arrivo dei francesi, non c'era nessuna legislazione che li regolamentasse, per cui c'era una moltitudine di scavi privati i cui reperti finivano dispersi in collezioni private o venduti a musei stranieri. Venne allora emanato un decreto con il divieto assoluto di estragnazione dei reperti e libera circolazione invece nel Regno; necessità anche per i proprietari di chiedere la licenza di scavo prima di quasiasi lavoro di sterro (il che finalmente implicava il controllo del potere centrale tramite propri funzionari periferici, cosa che sarà alla base dell'ordinamento moderno di tutela, attuato però solo molto dopo l'Unità). Per Pompei e gli scavi vesuviani la situazione fin dall'inizio fu molto diversa. Si scavava allora per trovare oggetti, specie pitture e sculture, per adornare il museo di Napoli; pochi visitatori erano ammessi alla visita, con divieto assoluto di disegnare, prendere appunti e pubblicare; molti illustri ospiti, in visite preparate in precedenza: tutto perché gli scavi divenissero uno strumento di propaganda politica. Nonostante l'importanza data agli scavi di Pompei, le cifre degli operai ivi impiegati parlano chiaro: dopo la caduta della Repubblica Partenopea e il ritorno dei Borbone, solo 28 addetti a Pompei; 156 invece previsti nel progetto approvato da Giuseppe Bonaparte, che prevedeva, secondo il piano preciso e articolato dell'Arditi, il ricongiungimento dei vari fronti di scavo e lo sgombero dei terreni di risulta. Poi Murat e soprattutto Carolina si appassionarono, fin dalle prime visite, agli scavi vesuviani, dando ad essi molto incremento. Proficuo fu il rapporto della Regina con l'Arditi, del quale venne accolto pienamente il piano per gli scavi, molto razionale, il cui punto saliente era l'esproprio delle terre da scavare, in modo che divenissero proprietà dello Stato, tramite permuta ai proprietari dei suoli con altri in zona vicina ricavati dagli espropri dei beni ecclesiastici: questo ha fatto sì che il sito di Pompei abbia potuto essere sempre salvaguardato da scavi clandestini (anche se non purtroppo sempre da furti di reperti). Punto di partenza per l'esproprio fu la definizione dell'estensione urbana, tramite la liberazione della cinta muraria dalle terre di risulta e quindi la messa in luce delle porte urbiche e di seguito delle strade che a tali porte conducevano. Se ne potè ricavare un'esauriente visione urbanistica, per la prima volta, di una città antica, di cui fu espressione la splendida opera del Mazois, un architetto protetto dalla regina con pensioni ed emolumenti, intitolata "Les Ruines de Pompói", i cui primi due tomi vennero pubblicata nel 1813, dedicati alla Regina di Napoli. Negli scavi vennero impiegati, nel periodo murattiàno, fino a 649 operai, più un numero molto alto (1500, secondo il Mazois) di soldati del Genio Civile, questi per lo sgombero delle terre e la liberazione delle mura, opera non necessitante di particolari attitudini. All'interno della città invece erano impiegati operai esperti per il vero e proprio scavo, donne e bamini con "cofane" (tipo di ceste) per lo svuotamento degli ambienti dissotterrati. Per tale numero di operai occorrevano cospicue somme di denaro, tanto che la regina stanziò allo scopo 2000 ducati al mese. Si scavò allora ancora nella zona dell'Anfiteatro e dall'altra parte della città intorno la zona di Porta Ercolano, dentro e soprattutto fuori della porta, con le ville suburbane e le necropoli: Carolina era profondamente affascinata, infatti, dal ritrovamento delle vittime con ori e gioielli. Però, di fianco al rigore razionalistico con cui ella pretendeva che gli scavi procedessero il più celermente possibile e in modo mirato per liberare tutta la città di Pompei (si era calcolato che 3 o 4 anni a quel ritmo avrebbero potuto completare il piano) c'era in lei il gusto delle visite private, magari con ospiti illustri agli scavi, scavi di apparato che, con tutta la preparazione che richiedevano, causavano il conseguente rallentamento dei ritmi. Erano comunque gli stessi dirigenti e l'Arditi ad assecondare la sua passione per tali visite per ottenere poi fondi e permessi. Alla caduta di Murat seguì un periodo oscuro per gli scavi: negli ultimi anni di Ferdinando I furono all'opera appena 15-18 operai e addirittura, per difficoltà economiche della Corte, vennero rivenduti una parte dei terreni espropriati. Tradito così lo spirito della riforma murattiana, restarono però alla dirigenza gli stessi uomini del periodo francese.
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